Bodies Upon The Gears

1 ottobre 1964, campus dell’Università della California, Berkeley.

Nei primi mesi di quell’anno accademico la polizia ha iniziato a circolare per il campus, su preciso ordine del rettore Clark Kerr, che ha contestualmente vietato distribuzioni di volantini, raccolte fondi e ovviamente ogni forma di comizio.

Quella mattina Jack Weinberg, studente e membro del CORE (Congress of Racial Equality), una organizzazione che lotta per i diritti civili degli afroamericani ha allestito all’interno del campus un banchetto su cui sono allineati dei libri che vuole condividere con gli altri studenti.
La polizia interviene, lo ammanetta e lo rinchiude in una volante. Ma improvvisamente succede ciò che nessuno poteva immaginare. Gli studenti del campus accerchiano pacificamente la volante della polizia, che è costretta a fermarsi.
In mezzo a quegli studenti ce n’è uno particolare: si chiama Mario Savio, è figlio di due immigrati italiani della provincia di Caltanissetta, parla con un fortissimo accento newyorchese, ha una solida formazione cattolica e non sembra di origini siciliane, perché è alto, con i capelli e gli occhi chiari.

Mario è arrivato a Berkeley l’anno prima, per studiare filosofia ed è stato in breve tempo contagiato dall’aria che si respira in quel luogo. Dopo pochi mesi viene arrestato per aver partecipato ad una manifestazione non autorizzata per la dignità del lavoro a S.Francisco e proprio in quell’occasione un altro studente gli chiede di andare assieme in Mississippi l’estate seguente per la “Freedom Summer”, un’esperienza che lo cambierà profondamente. Quel viaggio di casa in casa nel Mississippi rurale per cercare di convincere ed aiutare gli afroamericani ad iscriversi alle liste elettorali lo segnerà per molto tempo. Sarà arrestato più volte dalla polizia e si troverà a lottare anche contro la diffidenza di coloro che voleva aiutare, che non capiscono perché un bianco che sostiene di essere un immigrato siciliano la cui storia poi non è molto migliore della loro voglia aiutarli. D’altra parte Mario era diversissimo dallo stereotipo dell’immigrato italiano che avevano in mente nel sud degli Stati uniti e forse la storia di come i normanni avessero dominato la Sicilia per oltre un secolo non era molto nota.

Mario Savio è amico di Jack Weinberg e, non appena apprende dell’arresto dell’amico si precipita tra la folla che ne frattempo è sempre più corposa, saranno ormai cinque o seicento persone. A questo punto Mario fa la prima cosa che gli viene in mente: si toglie le scarpe (“per non rovinare una proprietà dello stato”, dirà successivamente), sale sul tettuccio della volante della polizia e comincia a parlare agli studenti. Il suo discorso non è nulla di rivoluzionario, non dice molto, ma fa molto effetto, grazie all’enorme carisma di Savio, che conclude dicendo: “Io vi chiedo di andarvene in silenzio e con dignità, a casa”; la folla farà esattamente quello che lui dice.

Due mesi dopo quel primo ottobre Mario è di nuovo a Berkeley, nonostante la sanzione dell’università. Il programma è di occupare la Sproul Hall e lui è sui gradini antistanti, che nel 1997, un anno dopo la sua morte, prenderanno il nome di “Mario Savio Steps” e lì pronuncia un discorso che sarà il primo discorso studentesco della storia e darà il via a quello che sarà il Sessantotto, quello che è noto come “Il discorso della macchina” o, come ricordato nel titolo, “Bodies Upon the Gears”
Savio si scaglia contro le idee espresse qualche mese prima dal rettore Kerr che parlava di un’industria della conoscenza che girava intorno all’università e che non trattava i giovani studenti e i laureati come beneficiari finali, ma come materia prima che doveva essere raffinata per far parte dell’ingranaggio più grande. La rivolta pacifica, a cui inneggiava Savio, aveva bisogno di menti giovani che rinunciassero a farsi lavorare dall’establishment che voleva trasformarli in un prodotto finito standardizzato. Savio sentiva che il funzionamento di quella macchina di cui parlava il direttore Kerr era diventato insopportabile. La soluzione da lui prospettata era di rifiutarsi di far parte, anche solo passivamente, dall’ingranaggio.
Quattro anni prima del maggio francese uno studente italo americano a Berkeley ha dato il via a uno dei più importanti movimenti del ventesimo secolo.

La popolarità di Mario Savio, però non sarà grande come quella del movimento che ha contribuito a creare. Progressivamente si staccherà dal movimento, divenuto troppo radicale per uno come lui, che rimaneva in fondo cattolico e pacifista. Morirà giovanissimo, a soli 54 anni per un problema cardiaco.

Arriva un momento in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso – ti fa così rivoltare il cuore – che non puoi più esserne parte. Non puoi più esserne parte neanche passivamente. E devi gettare il tuo corpo nell’ingranaggio, nelle ruote e nelle leve dell’ingranaggio, in tutto l’apparato, e devi bloccarlo, fermarlo. E devi far capire alla gente che lo governa, alla gente che lo possiede che, a meno che tu non sia libero, alla macchina sarà impedito di funzionare del tutto.

Poi seguirmi anche qua:
Condividi questo post

Lascia un commento