In ricordo di Carlo Urbani

Bangkok, Thailandia, 29 marzo 2003.

C’è un uomo ricoverato all’ospedale della capitale thailandese. E’ in isolamento e nessuno si può avvicinare, nemmeno la moglie, che assieme ai figli ha fatto un lunghissimo viaggio da Castelplanio, in provincia di Ancona, ha potuto stagli vicino nelle ultime 48 ore della sua vita. Quell’uomo è un medico italiano, si chiama Carlo Urbani e quel giorno morirà per la SARS, la sindrome da insufficienza respiratoria che imperversa in Cina e nel sud est asiatico da diversi mesi. È arrivato a Bangkok da Hanoi, in Vietnam, dove si trovava, in qualità di coordinatore delle politiche sanitarie dell’OMS, per completare una missione triennale sul controllo delle malattie parassitarie nel Pacifico occidentale.

È stato il primo esperto a identificare in un malato questo virus fino a quel momento sconosciuto, circa un mese prima, quando ad un uomo d’affari americano ricoverato nell’Ospedale Francese di Hanoi era stato diagnosticato un caso di polmonite atipica, con febbre, tosse e difficoltà respiratorie. Non sarebbe stato suo compito andare in un ospedale, ma quando i colleghi lo hanno chiamato a causa della sua esperienza in malattie infettive, non si è tirato indietro. Urbani, a differenza del resto dello staff presente, capisce di trovarsi di fronte a una nuova malattia estremamente contagiosa e che la situazione è critica.
Inizia delle indagini per scoprire le cause della malattia e formulare una terapia. Scopre un focolaio già da tempo diffuso nel sud della Cina ma tenuto nascosto dalle autorità di Pechino alla comunità mondiale. Un ritardo che si rivela fatale e che contribuisce alla diffusione incontrollata del virus. Scopre che il paziente era stato precedentemente ad Honk-Kong in un hotel dove contemporaneamente aveva fatto sosta un cinese proveniente da Guangdong, la regione della Cina meridionale in cui il virus della Sars si era diffuso ormai da mesi. Presenti in albergo altri 200 clienti poi ripartiti diffondendo nel mondo il virus allora sconosciuto.
All’ospedale di Hanoi la situazione è impressionante: nessuno capisce cosa sta succedendo, infermieri che piangono, medici terrorizzati, gente che corre e urla È evidente che non si tratta di influenza, ma nessuno, tranne Carlo Urbani ha le idee chiare. Ha ben compreso che si tratta di una malattia virale contagiosa capace di evolvere in brevissimo tempo in grave polmonite bilaterale, potenzialmente letale. Un virus del tutto sconosciuto all’organismo umano, senza protocollo terapeutico né vaccino, e per questo capace di scardinare le difese immunitarie impreparate all’aggressione.
Lancia dunque l’allarme al governo e all’Organizzazione mondiale della sanità, riuscendo a convincere le autorità locali ad adottare misure di quarantena per contenere la diffusione del virus.

La sua segnalazione di quella che poi sarebbe stata chiamata Sars, permette di salvare migliaia di vite. Grazie all’attivazione di un sistema di sorveglianza globale e di procedure di sicurezza, Carlo Urbani favorisce il riconoscimento precoce di nuovi casi, consentendo l’applicazione dei protocolli di isolamento e quarantena a salvaguardia del personale sanitario e ospedaliero.

Il 7 marzo fa isolare l’intero primo piano dell’ospedale di Hanoi mentre continua ad occuparsi dei malati e a cercare disperatamente una terapia che li potesse guarire, ma che mai troverà. Tre giorni dopo, scrive al governo vietnamita: «La malattia purtroppo non è sotto il mio controllo» senza sapere di essere già stato contagiato. L’11 marzo, durante il volo che lo porta da Hanoi a Bangkok si sente febbricitante e scopre di avere contratto il morbo: all’atterraggio chiede quindi di essere immediatamente ricoverato e messo in quarantena.
18 giorni dopo, il 29 marzo 2003 Carlo Urbani, italiano, medico e cattolico riceve i sacramenti da parte di un vescovo della curia thailandese e muore solo, in isolamento all’ospedale di Bangkok.
Ancora in punto di morte aveva continuato a lavorare per la salute dell’umanità, lasciando disposizione ai medici accorsi dalla Germania e dall’Australia di prelevare i tessuti dei suoi polmoni, per analizzarli e utilizzarli per la ricerca.

La SARS contagerà quasi 8500 persone, uccidendone più di 800. Grazie alla prontezza di Urbani, lui e altri quattro operatori sanitari furono gli unici decessi per SARS osservati in tutto il Vietnam, che fu il primo paese del sud est asiatico a dichiarare che la SARS era stata debellata. L’intervento immediato e mirato di Urbani permise di salvare migliaia di vite.
Il suo protocollo di gestione delle pandemie, denominato “Protocollo Urbani” rappresenta, ancora oggi,il metodo più efficace per combattere questo tipo di malattie.
La SARS è stata la prima malattia dell’epoca della globalizzazione, portata in giro per il mondo dai contagiati che viaggiavano in aereo e solo l’opera di questo medico italiano ha fatto sì che non si trasformasse in una pandemia di dimensioni ben maggiori.

Carlo Urbani era un medico nato “per stare in corsia, in mezzo ai pazienti, non dietro una scrivania”, come amava ripetere agli amici nelle lettere. Specializzato in malattie infettive, aveva dedicato tutta la sua carriera allo studio delle patologie parassitarie che uccidono milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo e che sarebbero curabili con medicine dal bassissimo costo. Da dieci anni era consulente dell’ OMS per queste patologie ed aveva svolto diverse missioni per combattere malattie rare come la schistosomiasi, della quale era diventato un grande esperto; una malattia che colpisce gli apparati digerenti dei bambini di parecchi Paesi del Sud Est asiatico, portando alla morte per la rottura delle varici esofagee. Aveva lavorato anche per Medici Senza Frontiere, tanto da arrivare a presiederne la sezione italiana nel 1999, ruolo nel quale farà parte della delegazione che nel novembre ’99 ritirerà a Oslo il premio Nobel per la Pace, conferito alla ONG francese.

Non sapremo mai quanti milioni di morti avrebbe provocato la Sars perché il dottor Urbani ha fatto in modo di evitarlo. Egli lascia un esempio illuminante nella comunità e lo ricorderemo come un eroe nel senso più elevato e vero del termine
(Kofi Annan, Segratario Generale delle Nazioni Unite)

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