Soda caustica, allume di rocca e pece greca

Tagliai qui, qui e qui: in meno di 20 minuti tutto era finito, compresa la pulizia. Potrei anche dimostrarlo ora.

Così nel 1946 la “saponificatrice di Correggio”, al secolo Leonarda Cianciulli, dichiarò in tribunale di essere disposta a far vedere come si fa a pezzi un cadavere in poche mosse. I tre delitti di cui era accusata li aveva confessati senza battere ciglio e con la stessa freddezza aveva dichiarato di aver sezionato le sue vittime e di averne fatto sapone e dolcetti.
Quella dimostrazione non fu mai autorizzata, anche se la leggenda vuole che all’imputata fosse stato fornito dal giudice il corpo senza vita di un vagabondo da smembrare. E che lei l’avrebbe fatto senza scomporsi.

Ma chi era Leonarda Cianciulli?
La prima serial killer italiana del Novecento, ultima di sei figli, nacque a Montella, un piccolo paese dell’Irpinia. Il padre, Mariano Cianciulli, allevatore di bestiame, aveva sposato la madre, Serafina Marano, in seconde nozze, essendo lei vedova con altri due figli nati dal primo matrimonio.

Le notizie che abbiamo di lei provengono quasi tutte dal suo memoriale, intitolato “Confessioni di un’anima amareggiata”, sul quale aleggiano però molti dubbi, considerato che la Cianciulli aveva fatto solo la terza elementare e non si capisce come possa aver scritto un documento di oltre 700 pagine. Più probabilmente lo stesso fu opera degli avvocati che la difesero al processo e puntavano ad alleggerirne la posizione.

Nel 1917 sposò Raffaele Pansardi, impiegato al catasto, in opposizione alla propria famiglia, che aveva scelto per lei un altro marito, che era anche suo cugino, come usava spesso all’epoca. Lei racconta che la madre la maledisse alla vigilia delle nozze e questo fatto segnerà per sempre il rapporto tra le due donne, oltre alla sua personalità.

Gli anni successivi videro Leonarda e la famiglia trasferirsi prima a Lauria e poi a Lacedonia. In questi anni Leonarda non ebbe una buona fama tra i suoi compaesani, era considerata una donna di facili costumi, disonorata, impulsiva, ribelle all’autorità maritale e dedita alla truffa, come dimostrano anche le precedenti condanne del 1912 (per furto, quando aveva 18 anni) e 1919 (minaccia a mano armata di pugnale) a Montella e del 1927, inflìttale nel paese lucano; qui la Cianciulli fu processata e condannata per truffa continuata a dieci mesi e quindici giorni di reclusione, e 350 lire di multa poiché aveva raggirato una contadina del posto dalla quale s’era fatta consegnare denari e oggetti di valore di diverse migliaia di lire. Poi nel 1930, a causa del terremoto del Vulture la famiglia Pansardi si trasferì a Correggio.

In Emilia il marito trovò impiego all’ufficio del registro, ma la paga bassa e il vizio dell’alcool di Raffaele rendevano difficile tirare avanti con quattro figli da crescere. Fu così che Leonarda mise in piedi un piccolo commercio di abiti e mobili e iniziò ad offrire dei “servizi” di astrologia e chiromanzia che permisero di mantenere una certa posizione sociale nonostante il marito ad un certo punto se ne fosse andato per sempre.
La vita a Correggio andava molto meglio che al sud. Qua infatti la Cianciulli era considerata al massimo una donna eccentrica, nulla a che fare con le accuse che riceveva a Lauria. Per tutti era una brava moglie, una madre amorevole e una fervente fascista (erano gli anni del Ventennio). La sua casa era sempre frequentata da molte donne del paese che lei intratteneva con aneddoti e a cui offriva dolci che amava cucinare.

Tra le frequentatrici di casa Pansardi c’erano tre donne, tutte e tre non più giovani, sole e desiderose di rifarsi una vita altrove. Una dopo l’altra, le attirò in casa sua, lusingandole con la promessa di una nuova vita lontano da lì, si fece firmare una procura con cui poteva vendere tutti i loro beni (e intascare i soldi ricavati) e le fece fuori a colpi di accetta per poi saponificarne i corpi. Nessuno avrebbe cercato quelle povere donne: la Cianciulli le aveva convinte a scrivere cartoline rassicuranti ai parenti, in cui annunciavano una partenza senza ritorno.

La prima delle tre si chiamava Ermelinda Faustina Setti, una donna di settant’anni, semianalfabeta ma inguaribile romantica, che Leonarda attirò con l’assicurazione di averle trovato un marito a Pola. Il 17 dicembre 1939, Faustina doveva partire, ma prima si recò a casa dell’amica, per farsi dare le ultime istruzioni e per farsi scrivere da Leonarda una lettera da spedire alle amiche appena giunta a Pola, nonché per firmare a Leonarda una delega per gestire i suoi beni. Ma il viaggio non iniziò mai. Leonarda, uccise l’anziana donna a colpi di ascia, poi ne trascinò il corpo in uno stanzino e lo sezionò in nove parti, raccogliendo il sangue in un catino. Scrive nel suo memoriale:

Gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comprato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi e che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno, lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io

Il 5 settembre del 1940 toccò a Francesca Clementina Soavi, un’insegnate d’asilo a cui la Cianciulli aveva promesso un lavoro al collegio femminile di Piacenza. Questa volta Leonarda affinò la tecnica, oltre a convincere la donna a scrivere delle cartoline ai familiari per scusarsi dell’assenza mandò il figlio Giuseppe a Piacenza a spedire le lettere della vittima. Di nuovo Leonarda rubò tutti gli averi della vittima, si fece carico di vendere tutte le sue cose e si tenne il denaro. Ma Francesca non aveva rispettato quanto dettole da Leonarda e aveva raccontato ad una vicina della sua destinazione. La donna però non si fece avanti e Francesca Clementina Soavi finì fatta a pezzi e gettata nel calderone. Siamo nel pieno della Seconda Guerra Mondiale e la sua sparizione si perde assieme alle centinaia di persone che la guerra si portava via ogni giorno.

Il 30 novembre dello stesso anno toccò a Virginia Cacioppo, ex soprano di buon successo che Leonarda raggirò con l’inganno di un impiego a Firenze come segretaria di un fantomatico impresario teatrale e facendole intravedere la speranza di calcare di nuovo il palcoscenico. Anche Virginia ruppe la promessa del silenzio e raccontò ad un’amica della sua partenza, prima di finire anche lei uccisa, fatta a pezzi e messa a bollire nel calderone della Cianciulli. Scriverà a questo proposito:

Finì nel pentolone, come le altre due (…); ma la sua carne era grassa e bianca: quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce.

Fu solo nel 1941 che la cognata di Virginia Cacioppo si insospettì e denunciò la scomparsa al questore di Reggio Emilia, che avviò le indagini. I sospetti caddero subito sulla Cianciulli, per via della frequentazione con le tre donne. Leonarda negò ogni addebito, tra l’altro nessuno pensava che una donna con la sua corporatura (era alta 1,50 e pesava 50 kg) potesse uccidere una persona. Ad inchiodarla fu un Buono del Tesoro proveniente dai beni di Virgina Cacioppo che lei usò per saldare un debito.

Durante l’interrogatorio disse:

Ebbene me le ho mangiate le mie amiche, se vuole essere mangiato anche lei, son pronta a divorarlo […], le scomparse me le avevo mangiate una in arrosto, una a stufato, una bollita

e nelle sue memorie aggiunse un inquietante:

Se sapeste cosa c’era di verità in queste parole…

Alla fine confessò di aver ucciso le donne, distrutto i corpi facendoli bollire in un pentolone pieno di soda caustica portata a 300 gradi, creato saponette con l’allume di rocca e la pece greca, disperso i resti nel pozzo nero e conservato il sangue per farlo attecchire al forno e mischiato a latte e cioccolato per farci biscotti.

Ma cosa c’era nella sua mente? Quale fu il movente di una siffatta crudeltà? Secondo una ricostruzione fatta da un team di psicologi e scienziati forensi dell’Università di Bologna a cinquant’anni dai fatti ciò che fece scattare l’impulso omicida fu il fatto che i due figli maggiori, tra cui l’amato Giuseppe, fossero stati dichiarati abili alla leva militare e potessero quindi partire per il fronte.

La Cianciulli aveva un rapporto ossessivo coi 4 figli, gli unici sopravvissuti dei 14 che aveva dato alla luce, dopo aver iniziato ben 17 gravidanze. A quel punto scattò in lei l’idea del salvataggio dei figli in cambio del sacrificio umano di altre anime innocenti. Leonarda era stata fin da piccola estremamente suggestionabile: era cresciuta circondata da maghe e chiromanti che, a suo dire, le avevano predetto un futuro pieno di sciagure. Una maledizione su tutte l’avrebbe segnata: quella di una zingara (o forse della stessa madre, da cui si era sempre sentita rifiutata) secondo cui avrebbe avuto sì dei figli, ma li avrebbe visti morire tutti.

A suggerirle una via di uscita sarebbe stata, a suo dire, una Madonna nera che le era apparsa in sogno chiedendole vite umane di “innocenti” in cambio di quelle dei suoi figli. La superstizione di cui era intrisa la sua mentalità aveva deformato la sua visione della realtà tanto da renderla una donna amorale, incapace di distinguere il bene dal male, dicono gli studiosi che hanno riesaminato il caso.

Al processo fu condannata a tre anni di manicomio criminale e trent’anni di prigione. Di fatto entro in manicomio allora e non ne uscì più fino alla morte, avvenuta, nel 1970 per un aneurisma cerebrale.

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