Vita. #11

Sono quasi le quattro e sono sveglia. L’animale notturno che vive in me anche questa notte ha preso il sopravvento. Le quattro di notte di una normale notte alla fine di una pandemia qualunque, sul crinale tra un prima che non c’è più e un dopo che non c’è ancora.
Sono uscita, ho fumato una sigaretta nel silenzio delle mie colline in una notte già tiepida, qua da me le notti sono sempre silenziose, ma ho letto centinaia di commenti di persone che in questi mesi ci hanno raccontato dei silenzi irreali delle nostre città.
E così ci ritroviamo costretti nostro malgrado ad entrare in un nuovo mondo, fatto per ora, di mascherine, disinfezione delle mani e distanziamento tra le persone, noi umani costretti a cambiare, mentre la natura sembra quasi irriderci, lei che va avanti come se nulla fosse successo.
Le piante hanno fatto le gemme, poi foglie, fiori e qualcuna anche già i primi frutti, sono nati gattini e cagnolini, le gazze e le cornacchie fanno i nidi e fra poco avranno i piccoli, i cuculi bastardi hanno messo le loro uova nel nido di qualcuno che le coverà al posto loro, tutto come sempre, inesorabilmente da millenni, come a volerci far notare la stortura del nostro mondo di umani.
Torneremo come prima, dice qualcuno, molti in cuor loro lo sperano e lo desiderano. No, non torneremo come prima.
Come quando rompi il vaso antico di nonna, raccogli i pezzi e lo incolli, magari sei fortunata e non ne manca nessuno, ma quei segni lungo i quali hai messo la colla per riattaccarli saranno per sempre lì a ricordarti che non è sempre stato così, che c’è stato un tempo in cui quei pezzi facevano un tutt’uno, anche quando ormai di quel tempo avrai perso ogni ricordo. Quei segni di frattura ti ricorderanno che c’è stato un prima e un dopo.
E nelle nostre vite ci sarà un prima e un dopo questo maledetto virus che ci ha portato via affetti, sicurezze, abitudini, lasciandoci in cambio solo un senso di impotenza e smarrimento. Un giorno molti di noi racconteranno ai propri nipoti cosa fu il coronavirus e come ne uscimmo, come i nostri nonni raccontarono a noi della Grande Guerra e come ne uscirono, ma quel giorno è lontano. Quelli che abbiamo davanti sono mesi o forse anni di incertezza, di timori, di pensieri, ma anche di occasioni.
Occasioni di inventare nuove professioni, nuovi metodi di lavoro, un nuovo modo di vedere il mondo e di starci dentro.
Torneremo alla normalità, sì, ma ad una nuova normalità, sperando che l’umanità sia in grado di costruirla.
Il cielo inizia a schiarire, all’orizzonte, dietro le colline ad est, come ogni giorno da miliardi di anni il sole scaccia le tenebre come a ricordarci che nessuna notte dura per sempre. Ricostruiremo questo mondo malato, poco alla volta, ma dovremo essere migliori di come eravamo, il vaso si è rotto e le linee di frattura dei pezzi ci devono ricordare che c’era un prima e ci sarà un dopo. Non sprechiamo la più grande occasione di cambiamento che la natura e la storia ci stanno offrendo, sia pure ad un prezzo elevatissimo.

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